Rumore di passi nei giardini imperiali.

E' l'ultimo libro pubblicato da Alberto Liguoro
Genere: Fantascienza

"..in un tempo indefinito e in luoghi indefiniti, in una nuova dimensione al di fuori del tempo e dello spazio, alcuni uomini e donne vivono una nuova Odissea."


domenica 18 luglio 2010

E SE NON VIVESSIMO UNA SOLA VITA? DUE VITE? PIU' VITE?

A proposito della poesia sul vivere più volte FACEBOOK

Comprendo lo spirito poetico al quale mi inchino, qua però bisogna pur confrontarsi prima o poi col dircela in soldoni. Allora il dubbio da sciogliere è: parliamo di una seconda vita inconsapevole della prima, o in consapevole aggiunta?

Nel primo caso, non è detto che ciò non accada già. Sono note le teorie sulla reincarnazione, ma non ne sappiamo nulla e mai ne sapremo nulla, quindi inutile parlarne.

Nel secondo caso, non sottovalutiamo che si aprirebbero inquietanti e grotteschi scenari.
Ne prendo a caso alcuni:
Quello che muore perché ucciso da qualcuno, una volta redivivo e memore, vorrà vendicarsi dei suoi assassini; da adulto provvederà, e così via, anche con riguardo all’uccisore, dando luogo a faide davvero eterne, a confronto delle quali, le attuali, alcune plurisecolari, diventerebbero scherzetti per bambini; e chi muore barbone? Rinascerà barbone e poi ancora; alla quarta volta lo facciamo santo subito, altrimenti non finisce più ‘sta storia. E i grandi amori? Prevedo un boom delle agenzie investigative, perché si cercheranno per riprendere da dove si erano lasciati (il brutto è se non si troveranno). Gli scienziati, poi (questo potrebbe essere un effetto positivo, si dirà, ma stiamo attenti…) riprenderanno i loro studi e ricerche dal punto in cui erano, portando l’Umanità ad un livello elevatissimo di tecnologia, però daranno vita ad una classe di supersapienti ai quali, poi, in definitiva, apparterrà il mondo.
Ma a quale vita mettere lo stop? Alla 2a? E perché non alla 3a? Alla 4a? E così via? Dopo qualche tempo,in quella che potrebbe definirsi una sorta di neoconsumismo di vite, si dirà che due vite non bastano, né quattro o cinque ecc.
Una volta, quando non c’era la attuale proliferazione tecnologica, la vita sembrava durare moltissimo, anche se era mediamente meno lunga di oggi, e si poteva beneficiare anche della saggezza dei vecchi (peraltro più o meno 50enni); oggi con tutta la tecnologia di cui disponiamo e per quanto la vita si sia allungata, sembra trascorrere in un nanosecondo, e, a quanto pare, è dibattuto se non sia d’uopo un’altra o altre vite ancora.
D’altronde non può, certo, affermarsi che solo “la vita che merita” va ripetuta, perché chi lo decide? A parte la soggettività del giudizio, in questo caso particolarmente accentuata, vite apparentemente splendide non lo sono in realtà, e vite che, si direbbe, non valgono un centesimo bucato, sono, per chi le vive, il non plus ultra.
E chi nasce storpio (in senso globale) o è incidentato o deviato? Nella vita successiva nascerebbe “sano”? Credo di sì, non si riesce ad accettare nemmeno come meramente astratto l’infame destino di essere “storpio” per l’eternità. Ma in un mondo di “sani” è facile immaginare un grande exploit dell’eutanasia che (se pur da rispettare concettualmente in alcuni casi, anche nell’attualità) finirebbe con l’essere banalizzata, usata come oggi l’aspirina o lo sciroppo per la tosse. Ciò si tradurrebbe, in concreto, nella banalizzazione della vita stessa. Più vite allora che non valgono nulla; sarebbe meglio, questo, di una sola vita che vale tantissimo?
E quelli nuovi? Quelli che vivono per la prima volta? In un Mondo superaffollato, sarebbero sovrastati e schiacciati dai “mostri”, coloro che, avendo già vissuto altre vite, si farebbero forti della loro esperienza e la farebbero gravemente pesare.
Ma quel che più fa impressione è l’idea di quel che sarebbe la gioventù, di come sarebbe questa “nuova specie” di gioventù, proveniente da altre vite, giovani-vecchi, senza la tipica inesperienza, baldanza, enfasi, genuinità dei giovani, come noi conosciamo. Ma già in quelli che vivono la loro prima vita, ben sapendo che poi ce ne sarà un’altra o altre, nulla sarà sacro e importante, perché poi si ripeteranno esperienze, tentativi ideali e così via, quindi tedio, sufficienza, inconsistenza.
Chi muore debitore, sarà ancora tale allorché rinascerà o, nel frattempo, il debito si sarà prescritto?
Eccetera… eccetera… eccetera… ci si potrebbe cimentare all’infinito nella ricerca di nuovi scenari su vite ripetute. Ma sarebbe, appunto, un gioco, la realtà, quella concreta e quella dello spirito, dell’immaginazione, è un’altra cosa, secondo me, e investita di tutt’altro rispetto.

A questo punto io dico: e se provassimo a tenerci ben stretta questa nostra unica vita e a viverla bene, vivere bene lo splendore di questa unicità, e spenderla bene anche verso gli altri?

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